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Altro che cose da uomini

17 marzo 2022

L’architettura al femminile: è ormai impossibile non accorgersi che nel 2022 ben oltre la metà degli studenti di architettura sono donne, che avanzano alla conquista di spazi, edifici e intere città.

 

Traduzione da un articolo di Barbara Jahn

 

Ci sono voluti molto tempo, lacrime, delusioni e duro lavoro prima che le architette potessero finalmente guadagnarsi il riconoscimento dovuto, che oggi viene conferito loro con rispetto. Tutto questo è merito di pioniere come Waltraud Blauensteiner, Martha Bolldorf-Reitstätter, Ella Briggs, Friedl Dicker, Hermine Frühwirth, Helen Koller-Buchwieser, Leonie Pilewski-Karlsson, Eugenie Pippal-Kottnig, Lionore Regnier-Perin, Helene Roth, Lilia Skala, Rosa Weiser e Liane Zimbler, tutte nate tra il 1880 e il 1920, che hanno dato vita ad una nuova categoria di donna lavoratrice. Sono state loro a conquistarsi nei modi più svariati un posto negli ambiti tipicamente maschili e la stima dei loro colleghi uomini. Ci sarebbero tante architette su cui varrebbe la pena scrivere, soffermandosi sulla loro carriera e gettando luce sul loro modo di pensare. Poiché la nostra serie di articoli del 2022 è interamente dedicata all’architettura di creazione femminile, abbiamo scelto quattro personalità particolarmente significative che nel passato recente, nel presente o nell’immediato futuro hanno fatto o torneranno a far parlare di sé. Nelle edizioni della nostra newsletter di quest’anno presentiamo progetti internazionali interessanti che tracceranno un quadro nuovo, vibrante e per alcuni forse ancora sconosciuto, della vivace scena architettonica femminile.

 


L’E.1027 di Eileen Gray a Roccabruna sul Capo Martino: nella villa è stata infusa nuova vita dal restauro conservativo svolto dalla Cap Modern Association, che l’ha riportata al suo stato originale. © Manuel Bougot

 

Innanzitutto, va detta una cosa: sebbene siano cresciute in zone del mondo diverse, in loro si riconoscono numerosi tratti comuni. Non solo il fatto che provengono tutte da famiglie benestanti o addirittura molto abbienti, ma anche la loro concezione unitaria dell’involucro e della vita al suo interno. Forse da un lato danno ragione al cliché secondo cui le donne sarebbero “migliori” nel campo dell'arredamento. D’altra parte però, hanno aperto porte o paratoie destinate ad avvicinare generazioni successive e contemporanee di architetti uomini allo Yin e Yang della loro professione.

 


Con il suo spiccato talento nella progettazione, Eileen Gray ha sfruttato perfettamente ogni singolo centimetro per valorizzare ciascun elemento: un’eccellente comprensione dello spazio da far invidia persino a Le Corbusier. © Manuel Bougot

 

Il nostro viaggio parte dunque dal 1878, anno in cui nel Wessex irlandese nasceva Eileen Gray. A 20 anni si iscrisse alla Slade School of Art di Londra, una delle scuole d’arte più prestigiose dell’Inghilterra. Dopo gli studi si trasferì a Parigi, dove proseguì la sua formazione presso l’École Colarussi e l’Académie Julian. Ben presto iniziò a progettare mobili e grazie alla conoscenza dell’editore di L'Architecture Vivante, Jean Badovici, entrò in contatto con architetti del calibro di Gerrit Rietveld e Le Corbusier. Dopo aver raggiunto una certa notorietà grazie al design dei suoi mobili, si lasciò persuadere da Badovici a cimentarsi anche nell’architettura: a partire dal 1925 iniziò a costruire sulla costa della riviera francese la prima casa da lei stessa progettata in cui più tardi avrebbe vissuto con il suo compagno. La casa a forma di L, chiamata E.1027, si caratterizza per l’intimo dialogo con il mare e la spiaggia, quintessenza della moderna architettura marittima, i cui interni lasciano a bocca aperta per i raffinati mobili da incasso e gli straordinari pezzi unici. Che una donna potesse creare tutto questo era una spina nel fianco per Le Corbusier, segretamente estasiato: la sua invidia per tanta bravura lo spinse ad un attivismo estremo e fatalista, che si tradusse nell’insulto reso con una banale capanna edificata sul terreno adiacente e con le pareti imbrattate nella casa a cui aveva accesso essendo amico della coppia. Di conseguenza, Gray si trasferì, lasciando anche Badovici, e si costruì una nuova casa non molto lontano, a nord di Menton.

 


La maggior parte dei mobili classici disegnati da Eileen Gray, come la poltrona Bibendum o l’Adjustable Table, già presenti nella prima opera di Gray, sono prodotti oggi da Classicon. ©  ClassiCon / Hassos

 

“Per creare qualcosa, si deve prima mettere tutto in discussione.”

Eileen Gray

 

Con l’E.1027 Eileen Gray ha creato un’icona dell’architettura che ancora oggi raccoglie reazioni entusiaste con il suo tetto piatto e le finestre alte. Aveva lasciato le pareti volutamente bianche per congiungerle strettamente con i mobili da incasso e far risaltare tutto il resto nel massimo splendore, sia lo spazio sia i celebri mobili solitari, come l’Adjustable Table, i tappeti o la poltrona Bibendum. Dopo decenni di cambi di proprietà e decadimento, l’edificio, oggi di proprietà dello Stato francese, è stato restaurato con grande attenzione dalla Cap Modern Association secondo le fotografie originali e di recente ha aperto le porte al pubblico per visite guidate.

 


La Cucina di Francoforte – per Margarete Schütte-Lihotzky gloria e maledizione allo stesso tempo. Nel 1989 è stata riprodotta fedelmente all’originale nel Museo di Arti Applicate di Vienna e occupa un posto fisso nella collezione. © MAK / Gerald Zugmann, Georg Mayer

 

A più di 1.000 chilometri di distanza dall’idillico Capo Martino, a Vienna, Margarete Schütte-Lihotzky, classe 1897, si metteva all’opera. Fu la prima donna a studiare alla scuola di artigianato K. & K., precorritrice dell’odierna Università di Arti applicate, dove conobbe artisti allora non ancora molto conosciuti come Josef Hoffmann o Oskar Kokoschka. Anche lei fu schernita dai colleghi maschi, che non credevano che una donna potesse mai essere in grado di costruire una casa. Tuttavia, fu sostenuta dal fine intuito e dalla benevolenza del professor Oskar Strnad, che nel 1917 la incoraggiò a partecipare al concorso per la costruzione degli alloggi per i lavoratori, tramite cui ebbe modo di avvicinarsi per la prima volta al tema dell'edilizia sociale. Insieme ad Adolf Loos e successivamente a Ernst Egli lavorò alla progettazione di complessi residenziali, sviluppò le Kernhaus (case nucleo) e nel 1922, esattamente 100 anni fa, lavorò alle grandi mostre sui quartieri residenziali. All’inizio degli anni 30 progettò due edifici a schiera per il Werkbundsiedlung a Vienna: dei 32 architetti coinvolti era l’unica donna.

 


Su una superficie di rispettivamente 35 e 36 metri quadri sono sorti i due edifici residenziali compatti per il Werkbundsiedlung di Vienna, alla cui progettazione Margarete Schütte-Lihotzky ha potuto partecipare come unica donna. © Werkbundsiedlung Wien / Martin Gerlach / Wien Museum

 

“Non avevo mai immaginato di costruire stazioni o edifici culturali. Volevo diventare architetto per contribuire ad alleviare la miseria abitativa.”

Margarete Schütte-Lihotzky

 

Per parte della sua vita ha lottato contro il fatto di essere costantemente associata alla Cucina di Francoforte, al punto di rimpiangere di averla progettata. Rappresenta il prototipo della moderna cucina da incasso, ispirata alla carrozza ristorante e basata sul risparmio di spazio riducendo i gesti e i tragitti necessari. Nei complessi residenziali di Francoforte questa cucina è stata installata per ben 12.000 volte. Nel corso della sua esistenza movimentata, anche dal punto di vista politico, realizzò tra l’altro un asilo, due strutture comunali, diverse abitazioni private e l’edificio di una casa editrice. Attiva fino a tarda età – Margarete Schütte-Lihotzky ha compiuto 103 anni – visse fino alla fine dei suoi giorni in un’abitazione che rispecchiava i suoi ideali architettonici. Nel 2022 l’appartamento in cui la prima architetta austriaca trascorse i suoi ultimi 30 anni di vita, posto sotto tutela dei beni culturali insieme ai suoi arredi originali, diventa museo aperto al pubblico.

 


La Casa de Vidro a San Paolo fu progettata da Lina Bo Bardi per sé e il marito nella loro nuova patria d’elezione, in Brasile. La casa fu oggetto di grande ammirazione e fissò nuovi standard. © Instituto Bardi

 

Nata a Roma nel 1914, all’epoca dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, e fortemente segnata in età adulta dalla Seconda Guerra Mondiale, Lina Bo Bardi, che allora si chiamava Achillina Bo, studiò architettura nella sua città natale. Dopo aver concluso la formazione con una tesi su un centro di assistenza familiare per madri e bambini, affiancò subito il rinomato architetto milanese Giò Ponti, presso il quale lavorò per alcuni anni. Non tardò ad aprire il proprio studio di architettura, nel 1940, ma seguirono anni molto difficili. Per la rivista di Ponti, Domus, intraprese un viaggio attraverso l’Italia distrutta, che rafforzò la sua intenzione di emigrare assieme al marito, il critico, gallerista e giornalista Pietro Maria Bardi, in Brasile, dove avrebbe iniziato una nuova vita, anche dal punto di vista architettonico.

 


La Bowl Chair è il mobile di Lina Bo Bardi più conosciuto e viene riprodotto oggi dal costruttore di mobili italiano Arper: un classico degli anni Cinquanta che riscuote ancora oggi grande successo. © Instituto Bardi

 

“La libertà artistica è sempre stata una libertà ’individuale’. Ma la vera libertà esiste solo nella collettività. Si tratta di una libertà della responsabilità sociale, che riesce ad abbattere i limiti dell'estetica ...”

Lina Bo Bardi

 

Dopo il successo delle sue mostre e l’ingresso nei circoli illustri, a cui apparteneva anche Oskar Niemeyer, Lina Bo Bardi costruì per se stessa nella sua nuova città, San Paolo, la Casa de Vidro, la casa di vetro, che fu oggetto di grande ammirazione e le permise di ottenere numerosi incarichi successivi. Tra di essi vi furono il museo sospeso Museu de Arte de São Paulo, il centro culturale e sportivo Fábrica da Pompéia, la Prefeitura Municipal e la chiesa Espirito Santo do Cerrado. Per alcuni di questi edifici progettò lei stessa anche gli arredi. Particolarmente nota e apprezzata è la leggendaria Bowl Chair, una mezza sfera imbottita collocata su un anello metallico. Dopo quasi 30 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1992, è stata premiata dalla Biennale di architettura di Venezia con il Leone d’Oro speciale alla memoria.

 


La sua architettura è come un’esplosione formale: l’Heydar Aliyev Centre a Baku, in Azerbaigian, è solo una delle tante opere di Zaha Hadid che sembrano sovvertire in maniera stravagante le leggi della statica e della forza di gravità. © ZHA / Iwan Baan

 

 

La quarta donna della nostra rassegna è Zaha Muhammad Hadid, nata nel 1950 a Bagdad in una ricca famiglia di investitori. Il forte orientamento occidentale della famiglia le offrì ogni genere di possibilità, al punto che già da bambina disegnò il proprio arredamento. Ad affascinarla non fu soltanto la sua casa in stile Bauhaus, ma anche Giò Ponti, che allora realizzava il Ministero della Pianificazione iracheno come replica del Grattacielo Pirelli di Milano. Non sorprende che a soli undici anni avesse già in mente di diventare architetto. Dopo un breve excursus nella matematica, nel 1972, esattamente 50 anni fa, iniziò a studiare architettura all’AA - Architectural Association School di Londra. I suoi maestri, allora ancora molto giovani, Rem Koolhaas e Bernard Tschumi, la notarono per il suo eccezionale talento. Koolhaas la impiegò nel suo studio, ma lei scelse la via dell’insegnamento presso l’AA e nel 1980 aprì il proprio studio, portato avanti oggi dal suo compagno di lunga data, Patrik Schumacher, conservando il suo nome.

 


Progettare come per gioco: Zaha Hadid trovava spesso ispirazione nel paesaggio e in ciò che diventa per effetto dell'erosione. © ZHA /Steve Double

 

 

“L'architettura è come la scrittura. Bisogna sempre tornare a rimettervi mano per dare la parvenza di non aver compiuto alcuno sforzo.”

Zaha Hadid

 

Zaha Hadid ha ispirato diverse generazioni di studenti e la sua architettura ha praticamente abolito l’angolo retto. A lungo lottò contro i mulini a vento, perché i suoi edifici erano considerati “impossibili da costruire”. La sua svolta arrivò solo nel 1990 con la Vitra Fire Station. Seguirono il phæno a Wolfsburg, il trampolino e la funicolare Hungerburgbahn di Innsbruck, l’edificio della centrale della BMW a Lipsia, il London Aquatics Centre, l’Opera House di Canton, il museo delle arti MAXXI, il Riverside Museum e numerose altre icone. Anche nel campo del design si è costruita una reputazione, rimanendo ovviamente anche in questo caso fedele alle sue caratteristiche “curve”. Si potrebbe dire che si inserisca nella schiera delle architette straordinarie. Eppure, una cosa di lei è assolutamente unica: nel 2004, dopo aver ricevuto molti altri prestigiosi riconoscimenti internazionali, è stata la prima donna a cui sia stato conferito il Premio Pritzker.

 


Il teatro dell’Opera di Canton entra a far parte della drammaturgia, la cui regista è Zaha Hadid. Nessun angolo retto, pareti e soffitti inclinati, corridoi per gli spettatori che si intersecano l’uno nell’altro, come le sezioni delle pareti e i collegamenti visivi: è tutto un gioco di effetti che influenzano la percezione dello spazio dei visitatori. © ZHA

 

Tutte e quattro le architette avevano un legame stretto con il mondo dei media: alla E.1027 di Eileen Gray Jean Badovici dedicò un intero numero della sua rivista L'Architecture Vivante. Margarete Schütte-Lihotzky scrisse nel 1921 il suo primo articolo (Alcune informazioni sull'arredamento delle case austriache con particolare riferimento agli edifici dei quartieri residenziali. Schlesisches Heim. N. 8 Breslau 1921) e anche in seguito, specialmente negli anni Cinquanta, fu attiva nell’editoria. Lina Bo Bardi lavorò durante la Seconda Guerra Mondiale come grafica e giornalista e assunse nel 1943 persino la direzione della rivista di architettura Domus. La stessa Zaha Hadid è stata ed è ancora oggi una star dei media non soltanto per la sua straordinaria architettura priva di angoli e spigoli, ma anche per la sua personalità.

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